Cinquant’anni di silenzio e memoria
Cinquant’anni. Un numero tondo, solenne, che porta con sé il peso della storia e la profondità di un silenzio che ancora oggi avvolge le nostre coscienze. Il 6 maggio 1976, per 59 interminabili secondi, l’Orcolat si è risvegliato dalle viscere della terra, cancellando quasi mille vite, sfollando centomila persone e distruggendo i nostri paesi. Eppure, in quel buio irreale caduto sulle macerie, non ha prevalso la disperazione, ma l’orgoglio e l’incredibile dignità di un popolo intero.
Il legame con la nostra storia: figli della ricostruzione
Il nostro gruppo editoriale è nato esattamente dieci anni dopo quella tragica notte, nel 1986, nel pieno della fase cruciale della ricostruzione. Non si tratta di una semplice coincidenza anagrafica, ma del fondamento intimo della nostra missione: siamo figli di quella volontà di rinascita, nati dalle radici di un Friuli che, dopo aver asciugato le lacrime e rimosso i calcinacci, ricominciava a correre. Abbiamo mosso i nostri primi passi raccontando i cantieri, l’operosità della nostra gente e la trasformazione di una calamità in un’opportunità di sviluppo senza precedenti, portando impressa nel nostro codice genetico la stessa indomita ostinazione di chi ci ha preceduto.
Il momento del ricordo sulle frequenze di Radio Gioconda
Questa necessità vitale del fare memoria ha vibrato intensamente la sera del 6 maggio di questo 2026. Esattamente alle ore 21 e 12 secondi, l’orario preciso in cui cinquant’anni fa la terra tremò, le frequenze di Radio Gioconda hanno unito l’intero territorio regionale, trasmettendo la versione radiofonica de “Il canto dell’Orcolat”, un’opera prodotta dalla compagnia udinese Anà-Thèma Teatro. È stato un momento di profondo raccoglimento, concepito non solo per onorare il dolore, ma per celebrare l’identità friulana e ricordare quanto il mezzo radiofonico e i radioamatori siano stati di importanza vitale nelle ore più cupe del sisma, garantendo i soccorsi e il coordinamento quando ogni altra forma di comunicazione era collassata.
Il sigillo istituzionale al “Modello Friuli”
Gemona del Friuli, ferita simbolo ma anche cuore pulsante della rinascita, ha accolto nel suo Teatro Sociale le più alte cariche dello Stato per una storica seduta straordinaria del Consiglio Regionale. La presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha rappresentato molto più di un tributo: è stato il sigillo nazionale definitivo al ‘Modello Friuli’, riconosciuto come il vertice assoluto della ricostruzione civile e sociale in Italia.
Il Capo dello Stato, con la sua ineguagliabile e sobria profondità, ha ricordato la nostra straordinaria reazione:
«Viene da pensare che il concetto di resilienza trovi qui, in questa terra, la sua radice».
Mattarella ha esortato il Paese intero a guardare all’esperienza friulana per prevenire le calamità:
«Di fronte alle sfide della natura, non limitarsi, quindi, alla mitigazione degli effetti delle calamità ma, per quanto possibile, prevenirle». Ha inoltre reso omaggio alla tenacia di chi ha saputo risollevare i borghi «dov’erano, com’erano», salvaguardando la stratificazione storica dei nostri centri abitati.
La Premier Giorgia Meloni ha rievocato il terrore di quei giorni, esaltando però il fulmineo riscatto del nostro territorio:
«Dove in molti si sarebbero sentiti sconfitti, sarebbero stati vinti dal lutto e dalla disperazione i friulani no. I friulani fecero la propria mossa, i friulani decisero di sfidare l’Orcolat».
Meloni ha celebrato l’indipendenza e la fermezza del nostro popolo, quel “Fasin di bessoi” (“facciamo da soli”) che si è tradotto nella formula vincente per ripartire in fretta.
A fare gli onori di casa, istituzioni che incarnano lo spirito del territorio. Il Presidente del Consiglio Regionale, Mauro Bordin, ha sottolineato l’evoluzione dei nostri sentimenti:
«Il mezzo secolo trascorso dall’Orcolat non ha cancellato il dolore, ma lo ha trasformato in consapevolezza, responsabilità e forza collettiva».
Ma è stato l’intervento a braccio del Governatore Massimiliano Fedriga a scolpire nel marmo il significato etico e politico di quella stagione:
«Il terremoto non può diventare solo un fatto storico. È stata sofferenza reale, ma anche una straordinaria capacità di reagire».
Fedriga ha ricordato il principio irrinunciabile che guidò le coscienze, un autentico faro sociale:
«Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese». E ha rivendicato con forza la modernità del nostro percorso come il più puro esempio di autonomia: «L’autonomia intesa come responsabilità e come capacità di decidere in prossimità dei territori». Per poi chiudere con una verità innegabile: «Il terremoto è stato chi non ha pianto il giorno dopo, ma ha sudato».
Verso i prossimi cinquant’anni
Le celebrazioni istituzionali e popolari — sigillate anche dal solenne concerto del 7 maggio del Maestro Andrea Bocelli, che ha radunato 15.000 persone alla Caserma Goi Pantanali nel segno della speranza e dell’arte — ci proiettano oltre la memoria. Oggi non guardiamo più solo alle cicatrici del passato. Il ‘Modello Friuli’, che ha gettato le basi per la Protezione Civile moderna, è la preziosa eredità che consegniamo all’Italia e all’Europa. Per i prossimi cinquant’anni, la nostra sfida non sarà più rimettere in piedi i muri, ma continuare a edificare una comunità sempre più coesa, fiera della sua autonomia e proiettata verso le innovazioni del domani. Perché il Friuli ha dimostrato che la vera grandezza non risiede nel non cadere, ma in quella straordinaria, ostinata capacità di rialzarsi sempre.
